LA CINA, TIENTSIN E IL BATTAGLIONE DI SAN MARCO

Il Reggimento di San Marco è l’unità militare dei fucilieri ed è la forza operativa da sbarco della marina italiana. I  battaglioni dei “marò” hanno una storia lunga e gloriosa che caratterizza i principali eventi bellici del nostro paese. La sua origine risale addirittura al 1713 quando il Duca di Savoia e neore di Sicilia Vittorio Amedeo II istituì il cosiddetto Reggimento La Marina. Nel 1861, per volontà di Cavour, il reparto della regia marina fu ricostituito e riorganizzato con il nuovo nome di Fanteria Real Marina. Nel 1900 un contingente di fucilieri della marina intervenne in Cina durante la rivolta xenofoba dei boxers e in quell’occasione morì il sottotenente di vascello Ermanno Carlotto che era al comando di un drappello impegnato nella difesa della Scuola Militare di Tientsin. In seguito la spedizione internazionale occupò Tientsin e Pechino liberando le legazioni occidentali dall’assedio dei boxers e il trattato di pace del settembre 1901 impose pesanti condizioni di risarcimento economico e territoriale alla Cina. Il Regno d’Italia ebbe una concessione commerciale che fu ufficializzata il 7 giugno 1902: nella città di Tientsin (l’odierna Tianjin) ci fu una concessione territoriale di circa 46 ettari, una legazione nella vicina Pechino e l’uso dei porti di Ta-Ku e Shangai. La Guerra dei Boxers favorì la crisi irreversibile del Celeste Impero che crollò definitivamente nel 1912 quando fu proclamata la Repubblica. Nell’agosto 1917 la Cina entrò nel conflitto mondiale a fianco dell’Intesa, seguì  un lungo periodo di instabilità politica contrassegnato da un clima di guerra civile che praticamente durò con varie tregue fino al 1949. Il reparto della regia marina fu impiegato nella Guerra di Libia come unità da sbarco (1911-12), durante la prima guerra mondiale la Brigata Marina con i suoi battaglioni si prodigò nella difesa di Venezia e della Laguna Veneta e nella Battaglia del Piave (1917-18). Il decreto di Vittorio Emanuele III del 17 marzo 1919 istituì ufficialmente il Reparto di fanteria della Regia Marina che prese il nome di Reggimento di San Marco e il simbolo dello stemma di Venezia per l’eroica condotta nella difesa della città lagunare.

Dal 1901 le truppe italiane di stanza in Cina ebbero a disposizione un servizio postale militare in cui era previsto l’uso dei francobolli del regno. Il 20 settembre 1917 tale servizio fu sostituito dagli Uffici Postali di Pechino e Tientsin con servizi riservati al personale diplomatico, ai militari di presidio, agli equipaggi delle regie navi stazionarie, ai civili italiani residenti in Cina. In realtà l’attività della Legazione, del Consolato e degli uffici postali italiani si concentrava principalmente nel promuovere e facilitare le pratiche di trasferimento dei prigionieri austro-ungarici originari delle terre irredente del Trentino e della Venezia Giulia dalla Russia verso l’Europa attraverso le navi dislocate in Cina. Molti di questi soldati “irredenti” formarono la cosiddetta “Legione Redenta di Siberia” inclusa nel corpo di spedizione italiano che in Manciuria nel 1919 combattè nella guerra civile russa contro i bolscevichi.  Negli Uffici Postali di Pechino e di Tientsin i valori furono soprastampati a mano e a macchina perlopiù a livello locale tra il 1917 e il 1921 e riguardavano i francobolli di posta ordinaria, gli espressi e i segnatasse. Il bollo di annullo a doppio cerchio recava la data e la dicitura R.R. POSTE ITALIANE- PECHINO o TIENTSIN- CINA.

L’intensificarsi del sentimento xenofobo dei cinesi per la presenza delle numerose concessioni territoriali occidentali e la minaccia di una guerra civile destabilizzatrice tra il movimento rivoluzionario del Kuomintang di Sun-Yat-Sen (radicato a Canton e nel sud della Cina) e i capi militari del nord in perenne lotta tra di loro favorirono la decisione del governo di Mussolini di rafforzare il contingente militare italiano in Cina: nel dicembre 1924 il corpo di spedizione della marina militare al comando del capitano di corvetta Alberto Da Zara sbarcò a Shangai con tre compagnie di circa 300 uomini (San Marco, Libia, San Giorgio). Il 5 marzo 1925 fu ufficializzata la costituzione del Battaglione Italiano in Cina e nell’aprile 1926 fu inaugurata la nuova caserma di Tientsin intitolata a “Ermanno Carlotto”. Il grosso del battaglione era di stanza a Tientsin, vari presidi erano dislocati alla Legazione di Pechino, al forte di Shan-Han-Kwan e a Pei-Ta-Ho, mentre a Shangai una compagnia era assegnata nella caserma di San Marco a presidio della concessione internazionale, del consolato italiano e del Comando Navale Estremo Oriente. Nel 1927 l’ex-concessione territoriale austro-ungarica di Tientsin fu unita a quella italiana. La nuova guerra civile tra il Kuomintang di Chiang-Khai-Shek e i comunisti di Mao Tse Tung e la politica espansionistica giapponese (guerra cino-giapponese del 1931-32 e costituzione dello stato collaborazionista del Manciukuo in Manciuria) comportarono il rafforzamento del contingente italiano dei marò a Tientsin tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30. L’aggressione e l’occupazione nipponica della Cina nel 1937-38 determinò l’invio di un corpo di spedizione italiano appartenente alla forza internazionale che doveva difendere le legazioni e le concessioni occidentali in Cina, specialmente a Shangai: i marinai dell’incrociatore “Montecuccoli” e un battaglione dei Granatieri di Savoia proveniente dall’Africa Orientale Italiana furono i protagonisti di questa missione nel settembre-novembre 1937. Nei territori occupati i giapponesi costituirono lo stato fantoccio e collaborazionista della Repubblica di Nanchino contrapposta alla Cina del Kuomintang e dell’Armata Popolare questa volta uniti nella lotta di liberazione.

I francobolli emessi negli uffici postali di Pechino e di Tientsin furono usati fino alla fine del 1922, dopodichè i militari utilizzarono i francobolli italiani senza soprastampa che dal 1925 venivano annullati su cartolina e busta con bollo a doppio cerchio, la data e dicitura BATTAG. ITALIANO IN CINA TIENTSIN. Le lettere in uso per la corrispondenza avevano a tergo il leone alato di S. Marco e la fascetta di censura in partenza con dicitura VERIFICATO PER CENSURA. All’arrivo la busta veniva nuovamente sottoposta a verifica per cui era applicata un’ulteriore fascetta laterale con la medesima dicitura e veniva apposto un bollo circolare con l’indicazione della sigla del Censore di competenza in Italia. Come si può notare il leone impresso sulla busta ha il libro del Vangelo aperto e la coda alta, mentre nel simbolo di guerra il leone di S.Marco ha il libro chiuso, la spada brandita e la coda alta.

Era previsto anche l’annullo con bollo circolare di pertinenza delle navi stazionarie in Cina con la data e dicitura R. NAVE LIBIA o R.N. SEB. CABOTO per fare due esempi semplificativi. Troviamo anche casi di affrancatura con francobolli cinesi di largo uso per le spedizioni internazionali e in quel caso il recapito avveniva quasi sempre attraverso la Transiberiana. Spesso sulla corrispondenza abbiamo il contrassegno ovale di franchigia con stemma di stato e dicitura REGIE POSTE BATTAG. ITALIANO IN CINA TIENTSIN o REGIE POSTE COMANDO SUPERIORE NAVALE IN ESTREMO ORIENTE. Anche i Granatieri di Savoia, durante la breve permanenza in Cina, ebbero un bollo speciale a doppio cerchio con data e dicitura BATTAGLIONE GRANATIERI SAVOIA E.O. e  un contrassegno ovale di franchigia. Il Battaglione Italiano in Cina ebbe a propria disposizione la cartolina reggimentale con dicitura BATTAGLIONE R.MARINA “S.MARCO” e il motto veneto ““quando San Marco alza la coa tute le bestie sbasa la soa”” che sarà poi adoperato insieme al simbolo del leone alato dai battaglioni Barbarigo e Lupo della X° Flottiglia Mas durante la RSI.

Fino al giugno 1940 la situazione per il contingente italiano in Cina fu piuttosto tranquilla. Quando l’Italia entrò in guerra il controllo giapponese sulle aree extraterritoriali fu più marcato e le informazioni dalla madrepatria cominciarono ad essere meno frequenti. Nel giugno 1941 iniziò l’Operazione Barbarossa rendendo impraticabile la via transiberiana per poter inoltrare la posta attraverso la Russia Sovietica. Dopo Pearl Harbour, nel dicembre 1941 i giapponesi occuparono i territori internazionali disarmando e prendendo in consegna i presidi stranieri: unica eccezione fu la concessione italiana di Tientsin, ma il battaglione fu costretto a rimanere nella caserma con il divieto di allontanarsi dal presidio senza un lasciapassare giapponese, non si poteva ricevere posta, non si potevano usare gli apparecchi radio, qualsiasi forma di comunicazione diretta con l’esterno era proibito, le notizie e gli aggiornamenti dall’Italia giungevano di rado e frammentarie e in pratica gli italiani vivevano in una condizione di completo isolamento dal resto del mondo. L’annuncio dell’Armistizio (8 settembre 1943) comportò l’autoaffondamento delle cannoniere “Lepanto” e “Carlotto” a Shangai e la distruzione degli archivi, ma il 10 settembre i marinai e i marò italiani furono fatti prigionieri. Il 18 settembre Mussolini annunciò la costituzione di un governo repubblicano fascista per cui i giapponesi posero l’ultimatum agli uomini della S. Marco perché prestassero giuramento al nuovo stato: la maggioranza optò per l’adesione alla RSI e questa scelta sembra che sia stata motivata non tanto da una assoluta fedeltà nel fascismo mussoliniano, piuttosto fu la chiara consapevolezza dei metodi crudeli e terroristici perpetrati dai giapponesi nei confronti della popolazione cinese e dei prigionieri di guerra. Coloro che mantennero la propria lealtà al re furono internati in Manciuria e in Corea e in seguito trasferiti in Giappone alla fine della guerra. La maggioranza “salotina” fu trattata con estrema diffidenza dai giapponesi e fu impiegata perlopiù nei cantieri navali e in lavori di manovalanza in quanto nel 1943-45 il ritorno in Italia era considerata un’impresa quasi impossibile. Con la resa del Giappone, gli uomini della S. Marco furono imprigionati dagli alleati e solo nel 1947 ebbero la possibilità di ritornare in patria. In quello stesso anno il Trattato di Parigi ribadì la rinuncia definitiva e formale dell’Italia a mantenere le concessioni economiche ed extraterritoriali in Cina, cosa che era già avvenuta durante la guerra nel luglio 1944.

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